Fatela Finita - 11 Marzo 2022

Sansonetti: “La pena è una forma di vendetta che ha un suo senso, ma che la civiltà sta superando”

Per la rubrica ‘Fatela Finita’ la giornalista Hoara Borselli punzecchia il direttore Piero Sansonetti sul tema della pena carceraria come punizione o come rieducazione, partendo dal depotenziamento di pena comminato all’uomo che a Vittoria ha ucciso i due cuginetti di 11 anni travolgendoli a velocità elevata con il suo suv.

H.B. – Sta facendo discutere per non dire indignare la decisione di annullamento della pena a quella persona che a Vittoria con un suv a 120 chilometri orari sotto effetto di alcol ed eventuale uso di sostanze stupefacenti, travolse i due cuginetti di 11 anni morti, il primo sul colpo e l’altro dopo cinque giorni di agonia in ospedale. Gli era stata data una condanna di 9 anni, poi sospesa. E quindi vedremo in Cassazione dove sicuramente ci sarà un depotenziamento della pena. I genitori dicono: “I nostri ragazzi sono stati ammazzati due volte, una dal suv e l’altra dalla giustizia completamente assente”. Che ne pensi?
P.S. – Immagino che sia stato stabilito che il reato non fosse omicidio volontario ma preterintenzionale, poi c’è l’omicidio stradale che è un altro reato ancora che ha delle sue pene. Suppongo che in appello siano state fatte delle verifiche e si sia deciso di ridurre la pena. Sai, non sono uno di quelli che pensa che le pene servano a molto.
H.B. – Da garantista quale sei cerchi sempre di metterti dalla parte di chi deve andare in galera, ma dalla parte della famiglia? Dei genitori che hanno perso dei figli e che vedono che l’assassino non si fa nemmeno un giorno di galera? È vero che i bambini non gli verranno più restituiti ma magari sentirebbero un senso di giustizia.
P.S. – La pena è una forma di vendetta che ovviamente ha un suo senso ma che la civiltà in parte sta superando. Ti voglio raccontare una storia molto semplice: Non so cosa significa perdere un figlio, una cosa terrificante. Però tanti anni fa un ragazzo di 19 anni mentre viaggiava a velocità folle ha investito i miei genitori. Mio padre è morto il giorno dopo, mia madre ha riportato 14 fratture alle gambe, ci ha messo tre anni a riprendersi senza riuscirci mai completamente. Lei ha chiesto di non costituirsi parte civile perché ha detto: “Ma a me cosa me ne importa? Devo far soffrire un ragazzino dopo quello che sto soffrendo io?“. Allora lui fu condannato a un mese di prigione con la condizionale, io sono felice che sia andata così quella vicenda. Non certo che sia morto mio padre ma che non sia stato punito quel ragazzo. Io trovo che la punizione sia un peggioramento, non un miglioramento.
H.B. – Te dici “o si è garantisti sempre o non lo si è mai”. Per me il garantismo è che fino al terzo grado di giudizio una persona è innocente però da madre se succedesse una cosa del genere dove l’assassino di mio figlio possa uscire e non abbia una punizione che si merita, sinceramente non ci arrivo e quindi mi sento di dire: “Ma falla finita!”.

Abbonamenti

Sfoglia, scarica e leggi l'edizione digitale del quotidiano(PDF) su PC, tablet o smartphone.

ABBONATI SUBITO