L’antisemitismo nel cinema italiano, il libro che svela i ciak della vergogna: la videointervista con Luca Martera
Videointervista con Luca Martera, un documentarista che ha speso ben 4 anni negli archivi non solo di Roma, città dove lavora anche per la Rai, per scrivere un libro che ripercorre la storia dell’antisemitismo nel cinema italiano: “Usurai, seduttori e cospiratori”, sottotitolo “L’antisemitismo nel cinema italiano prima della Shoah” (Editore Belforte) in distribuzione con il patrocinio dell’UCEI (Unione delle Comunità Ebraiche Italiane).
Tra le sue pagine si ritrovano personaggi, battute, situazioni (e omissioni). E si evincono parecchie “sorprese”, come quelle che non risparmiano i grandi del nostro cinema, da Roberto Rossellini a Dino Risi, da Ettore Scola a Sergio Leone, da Franco Zeffirelli a Luchino Visconti, e quella degli ex ufficiali nazisti responsabili dell’eccidio delle Fosse Ardeatine che trovarono modo di “reinventarsi” comparse a Cinecittà.
L’antisemitismo nel cinema italiano è un filo rosso che non si è mai spezzato, nemmeno con la Shoah. Dalle origini, con le prime pellicole mute, fino ai film con Alberto Sordi e ai cinepanettoni, passando per classici come “Quo vadis”, l’antisemitismo strisciante si è alimentato continuamente, in modo più o meno consapevole.
D’altro canto, Martera fa presente che è antecedente al razzismo basato sul colore della pelle. E, prima del cinema, ci avevano pensato le altre arti visive a dargli spazio. Nella stessa “Chiamata di Matteo”, il quadro di Caravaggio in San Luigi dei Francesi che, in un certo qual modo, ha “inventato” il cinema facendo dialogare i personaggi raffigurati, è ritratto un ebreo con tutti i particolari che ne volevano simboleggiare la negatività.
di Giovanni Santaniello